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Scanzano Jonico, novembre 2003: Storie nucleari parte 1
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Scanzano Jonico, novembre 2003: Storie nucleari parte 2
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Policoro-Scanzano Jonico, 23/11/2003: La marcia dei centomila contro il deposito unico di scorie radioattive
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 Il brigante lucano: la storia della protesta lucana (14/nov/2003 - 27/nov/2003)

LO SFRUTTAMENTO SELVAGGIO DELLE RISORSE PETROLIFERE DELLA BASILICATA
(fonte www.soslucania.org con lievi cambiamenti)

Sfatiamo un mito: non è vero che l’unico grande giacimento in Italia è in Lucania.
Semplicemente, per l’ENI è più facile estrarre il petrolio in Lucania che in altre regioni.


La Lucania è il sogno di ogni petroliere: tranquilla, poco antropizzata (“rischio minimo” non perdono occasione di ripeterci; naturalmente scordano di precisare che il rischio minimo è per loro non per noi), ettari e ettari senza nessuno, una classe politica ed imprenditoriale che non ha mai conosciuto le multinazionali, un popolo rassegnato e credulone pronto a credere alla buona fatina ENI che regala progresso e prosperità.

Nelle altre regioni è conservato il petrolio strategico per quando il greggio scarseggerà anche per gli sceicchi e oggi si prendono quello lucano, quando costa meno e con minori investimenti per la sicurezza ambientale.

Purtroppo la nostra storia non può essere completa perché tutto è avvolto nel mistero e le uniche informazioni che abbiamo sono quelle che l’ENI e soci vogliono che noi conosciamo, né la stampa locale e nazionale va oltre le veline che passano loro i signori del petrolio; troppo spesso ci troviamo di fronte ad opere già realizzate senza essere neanche stati informati che c’era un progetto e con le autorità locali e regionali che assecondano l’insolito e particolare clima di riservatezza che circonda le estrazioni degli idrocarburi. Addirittura il Sindaco di Calvello a precise richieste fatte da associazioni ambientaliste ha risposto di chiedere all’ENi e l’ENI, da parte sua, benché al suo legale rappresentante sia stato ricordato che, come dice F. Bacone, “ Nulla v’è che induca l’uomo a molto sospettare, quanto il poco conoscere”, ha preferito farci sospettare piuttosto che far conoscere i suoi programmi.

Tutto comincia nel 1902 a Tramutola con la perforazione del primo pozzo di petrolio.

Una prima fase di coltivazione si sviluppa tra il 1939/1953 ma, per le mutate condizioni internazionali e la conseguente caduta del prezzo del barile a pochi dollari, l’AGIP chiude questa fase con l’ultimo pozzo (sterile) sempre a Tramutola.

L’aumento del prezzo del petrolio (dai 7,2 dollari per barile nel 1970 ai 27,8 del 1974) e lo sviluppo tecnologico inducono l’AGIP ad intraprendere tra il 1975 e il 1985 una nuova campagna di ricerca che individua nel sottosuolo della Val D’Agri giacimenti, a loro dire, tra i più rilevanti d’Europa e di avviare la fase di sfruttamento nella quale si sono aggregate anche altre compagnie petrolifere (Enterprise, Mobil).

Nel 1984, ai confini tra il territorio di Viggiano e quello di Calvello è individuata l’aerea di produzione denominata Caldarosa ed è aperto il pozzo Caldarosa 1. Non è Val D’Agri, ma monte di Viggiano e Monte Volturino, ma nessuno ha interesse ad informare che i pozzi cominciano a perforarsi in alta montagna, tra boschi incontaminati, sorgenti e siti protetti. E’ la stessa area che è stata indicata tra le aree protette con la legge 394/91 sulle quali sarà istituito il parco nazionale della Val D’Agri-Lagonegrese. E’ inevitabile che la storia del parco, la sua istituzione e la sua perimetrazione, siano pesantemente condizionati dagli interessi petroliferi, tanto che più si estende l’area ENI e più si riduce l’area parco, area che sembra fuggire e ritrarsi sempre di più mentre avanza l’oro nero.

La Basilicata è la prima regione italiana per numero di permessi di ricerca (23) e concessioni di coltivazioni di idrocarburi (27) e 702.536 ettari del territorio lucano, pari al 70,3% dell’intera regione, è interessato dalle attività di esplorazione e coltivazione di idrocarburi.

Quando si parla di Val d’Agri si fa riferimento a una quindicina di permessi di ricerca e a 6 concessioni di coltivazione. Le concessioni che interessano l’alta montagna sono soprattutto quella di Caldarosa e Costa Molina (decreto ministeriale 27.10.1998) e quella del Volturino (decreto ministeriale del 23.12.1993).

Dalla Val D’Agri, per il periodo 2000-2005, è prevista una produzione media di 4,8 milioni di tonnellate annue di petrolio, con il raddoppio della produzione nazionale e la copertura dell’11% del fabbisogno. I due bacini, Val d'Agri e Val Camastra, hanno riserve, secondo i dati forniti da ENI, di circa 900 milioni di barili. Questo è quanto ci hanno detto ma la grande attenzione e il massiccio appoggio pubblicitario dato alle estrazioni petrolifere (da tutta l’informazione dai giornali economici, ai giornali c.d. femminili, a quelli ambientalisti), nonché la ripresa di indagini geosismiche a tappeto inducono a pensare che queste stime siano nettamente inferiori a quelle in possesso delle società petrolifere.

Il protocollo di intesa tra ENI e la Regione Basilicata è firmato il 13.11.1998 e la Corte dei Conti esprime qualche perplessità sulla convenienza per lo Stato, grande azionista dell’ENI, a stipulare l’accordo stesso.

Naturalmente, poiché notoriamente le multinazionali e le compagnie petrolifere non sono enti di beneficenza e di assistenza, ciò che si legge nell’accordo, che pure è un contratto che nessun avvocato non dipendente dell’ENI consiglierebbe ad un suo cliente di firmare, è una minima parte di quello che effettivamente ricaverà l’ENI dalla rapace occupazione della terra lucana. Che poi l’ENI non perda occasione di ricordare il parere della Corte dei Conti per dimostrare il suo filantropismo, è una ulteriore prova che è tutto orchestrato per convincere noi lucani del grosso affare che abbiamo fatto accettando l’accordo che, con giullareschi comportamenti da fare invidia ai migliori imbonitori di fiera di paese, hanno anche fatto finta di accettare con difficoltà e con grossi sacrifici !!!

Già molto prima dell’accordo, l 'ENI aveva cominciato a costruire le piattaforme petrolifere sui monti lucani e tutto sempre nel massimo riserbo. A Calvello nel 1991 si sono visti sbancare una collina, in una delle zone più suggestive del territorio comunale a meno di 4 km dal centro abitato, a pochi metri da sorgenti di acqua sulfurea e ferrosa, senza che nessuno avvertisse la necessità di informare la popolazione. Addirittura esponenti della stessa maggioranza in Consiglio Comunale, di quella maggioranza che ha consegnato le chiavi del Comune all'ENI ipotecando pesantemente il futuro di Calvello, si dimostra perplessa su quanto sta accadendo.

Nessuna risposta è stata data dall’Amministrazione comunale. Solo i soci dell' Associazione Ambientalista “Natura-Futuro” chiedevano l’intervento parlamentare del Gruppo Verde.

La magistratura sollecitamente interpellata, quasi altrettanto sollecitamente archiviava la denuncia.

Così la Petrex ha potuto tranquillamente costruire la prima piattaforma petrolifera ed è nata “ Cerro Falcone1”

prima di tante piattaforme con lo stesso nome e numeri sempre crescenti; gennaio 2001 si erge gigantesca l’area “ Cerro Falcone 5-8-10”: quante piattaforme “Cerro Falcone” aspettano di sorgere?

Cerro Falcone 2 è, a 1330 metri, in un bosco incontaminato, su un versante del Volturino e a monte della sorgente “ Acqua dell’Abete”;

Cerro Falcone 3 è nel bosco della Maddalena, a pochi metri dal Farneto, area studiata dall’Università di Basilicata;

Cerro Falcone 5-8-10 è ai piedi del Volturino, vicino alla Potentissima, nei pressi della sorgente “ L’acqua di bocche” che alimenta l'acquedotto del Comune di Calvello.

E mentre le popolazioni pensavano di poter ancora decidere del loro futuro, i signori del petrolio trattavano in gran segreto con i sindaci che si guardavano bene dal far partecipi i cittadini, mostrando di non sapere niente.

Poi, pian piano, sono usciti allo scoperto e nel 1998 i sindaci di Abriola, Anzi, Calvello, Corleto Perticara, Laurenzana ed il Presidente della Comunità Montana Alto Sauro chiedevano che la Regione Basilicata caldeggiasse l'allocazione del nuovo centro oli nell’ area della loro comunità montana.

Il 9 luglio 1998 i sindaci dei paesi interessati dallo sfruttamento petrolifero partecipano all’audizione davanti alla X Commissione (attività produttive, commercio e turismo) e sempre davanti alla stessa commissione il primo ottobre dello stesso anno c’è l’audizione del Ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato, Pier Luigi Bersani.

I nostri Amministratori sembrano non avere dubbi, ma il Prof. Perrone, che conosce bene l'ENI, avverte i Lucani... Intanto dal centro olii di Viggiano ogni giorno partono per Taranto decine di autocisterne piene di greggio e la strada del petrolio è divenuta la strada della morte e dei disastri ambientali stranamente, a sentire la stampa e gli organi di controllo del territorio, sempre sfiorati.Nell’aprile la Giunta Comunale e il responsabile dell’aerea tecnica di Calvello emanano gli atti amministrativi che consentono all’AGIP di realizzare a meno di tre km dal centro abitato, a pochi metri dal fiume La Terra, affluente della diga Camastra che serve gli acquedotti di Potenza e di decine di comuni, l’area destinata alle prove di produzione dei pozzi Cerro Falcone denominata area di L.P.T. (Long Production Test), sorta di piccolo centro oli.

Per più di un anno, decine di autocisterne cariche di petrolio hanno attraversato il centro abitato di Calvello riempiendolo di pestilenti esalazioni e causando danni al fondo stradale.
Alcuni consiglieri dell’opposizione hanno chiesto in data 22.2. 2000 la convocazione di un Consiglio, ma il consiglio si è rifiutato di deliberare.

Il 25.02.2000, nei pressi dell’area L.P.T. un’autocisterna ha riversato parte del suo carico nel rigagnolo di acqua che termina nel fiume La Terra.

La dettagliata denunzia ha ricevuto una stringata archiviazione senza nessuna attività di indagine.

Il sindaco di Calvello, cercando di arginare il malcontento dei suoi amministrati, ha fatto passare le autocisterne solo di notte ma l’aria del paese è divenuta sempre più irrespirabile mentre dai pozzi Cerro Falcone 1 e 2 si levavano alte le fiamme.

Solo il sindaco di Trivigno ha impedito il transito della autocisterne nel suo comune.

In data 12.09.2000 un’altra autocisterna si rovesciava nei pressi di Anzi.

Naturalmente nessuno ha monitorato l’aria, l’acqua e il territorio durante questa intensa attività estrattiva che è stata considerata “una prova di produzione”, né alcuno ha calcolato quanto petrolio è stato estratto dal nostro territorio e portato alla raffineria Agip di Taranto, che peraltro ha trasformato il territorio alle porte di questa città in uno scenario di desolante deserto.



ENI: ceduta a Total-Fina-Elf partecipazione nel giacimento di Tempa Rossa

L’ Eni ha firmato a San Donato Milanese in data 6 marzo 2002 con il gruppo Total-Fina-Elf l'accordo per la cessione della partecipazione del 25% detenuta da Eni nella concessione Gorgoglione, nella regione Basilicata, dove è ubicato il giacimento di Tempa Rossa. Tale accordo si inquadra in un processo di razionalizzazione del portafoglio dell'Eni che mira ad un riposizionamento di valenza strategica sul piano internazionale e a un migliore bilanciamento economico-finanziario delle molteplici iniziative in corso. Eni continua a mantenere il suo rilevante impegno ed interesse nella regione Basilicata attraverso la partecipazione, come operatore, nelle concessioni della Val D'Agri, attualmente in fase di crescita produttiva. L'accordo firmato è soggetto alle autorizzazioni delle autorità competenti.



3 articoli tratti da “la Nuova Basilicata”:

Mercoledì 3 aprile 2002

Le operazioni finanziarie della società Enterprise Oil

IL PETROLIO DIVENTA BRITANNICO

Un gruppo inglese acquisterà l’impresa petrolifera, in attività in Val d’Agri, che faceva gola anche all‘ Eni

La società detiene il 55% della concessione „Cerro Falcone“, il 40% di „Monte Alpi“ e il 25% di „Tempa Rossa“ (nel Sauro)

POTENZA- Grandi novità vengono dagli ambienti finanziari internazionali sul futuro della società petrolifera Enterprise Oil che, com’è noto concentra la propria attività italiana in Val d’Agri, dove vi è il più grande giacimento di petrolio dell’Europa continentale, con 480 milioni di barili di riserve stimate, e la società partecipa a due delle quattro concessioni dell’area. Il gruppo btitannico Shell- Royal Ducht, ha deciso di acquisire, attraverso il lancio di un’opa amichevole a 725 pence per azione, Enterprise Oil, società energetica indipendente inglese nei cui confronti, nelle scorse settimane anche l’italiana Eni aveva mostrato interesse. L’operazione annunciata dal colosso dell’energia anglosassone, è stata valutata sui 4,3 miliardi di sterline e prevederà (oltre all’assunzione di un debito pari a 0,8 miliardi di sterline) il pagamento da parte del gruppo Shell-Royal Ducht, in contanti, di 725 pence per ogni azione di Enterprise Oil, il 15% in più rispetto al prezzo di chiusura dello scorso giovedì, ultimo giorno di scambi prima delle feste pasquali. In qualità di advisor dell‘ operazione, Shell-Royal Ducht, sarà assistita da Salomon Smith Stanley, mentre Enterprise Oil sarà affiancata da Rotshild and Sons e da Morgan Stanley. Enterprise Oil detiene, inoltre, titoli minerari „off shore“ nell’Adriatico e al largo delle coste della Calabria „on shore“ nella fossa bradanica, nell‘ Appennino centrale, nella Pianura Padana e in Sicilia. La società, in particolare, detiene in Val d’Agri il 55 per cento della concessione „Cerro Falcone“ e il 40 per cento della concessione „Monte Alpi“ (le altre quote in entrambi i casi sono detenute dall’Eni), inoltre, nel giacimento di „Tempa Rossa“ (420 milioni di barili di riserve stimate nella Val di Sauro) Enterprise Oil è titolare del 25 per cento della concessione (le altre quote sono suddivise tra Total Fina Elf, il 50 per cento, ed Exxon Mobil, il 25). Per lo sviluppo delle sue attività nei due giacimenti petroliferi in Basilicata, l’Enterprise Oil Italiana ha ottenuto nel 1999 un prestito dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) di 200 milioni di euro (circa 400 miliardi di lire). Nelle scorse settimane, in occasione dell’attivazione dell’oleodotto tra il centro oli di Viggiano (Potenza), dove il petrolio estratto in Val d’Agri subisce una prima lavorazione, e la raffineria di Taranto dell’Eni, l’amministratore delegato della Enterprise Oil, Sam Laidlaw, ha sostenuto che „il giacimento della Val d’Agri porterà all’Enterprise Oil importanti ricavi e una parte importante della produzione futura“.



La Nuova Basilicata – 4 aprile 2002

L’Eni non commenta l’operazione di controllo dell’Enterprise Oil

SUI POZZI LUCANI LA BANDIERA SHELL

In Val d’Agri i maggiori giacimenti petroliferi della multinazionale

POTENZA – Il „giorno dopo“ l’operazione finanziaria della multinazionale Shell per il controllo dell’Enterprise Oil, l’Eni incassa il colpo e non intende commentare. Una giornata doppiamente negativa per la società petrolifera italiana perchè sempre a Londra (dove è stata organizzata l’opa amichevole a 725 pence per azione Enterprise Oil) il prezzo del greggio è schizzato al livello massimo degli ultimi sei mesi. Per la prima volta, dal settembre 2001, il „brent“ ha superato la soglia dei 26 dollari al barile. Per l’Eni la „batosta“ è forte, tenuto conto che la compagnia britannica detiene solo in Val d’Agri il 55 per cento della concessione „Cerro Falcone“ e il 40 per cento della „Monte Alpi“ e nel comprensorio Sauro-Camastra il 25 per cento di „Tempa Rossa“ (un giacimento stimabile in 420 milioni di barile), oltre ad attività minerarie nell‘ Adriatico, nella pianura Padana e in Sicilia. L’amministratore delegato dell’Eni Vittorio Mincato solo qualche giorno fa aveva espresso la disponibilità a pagare un premio per l’acquisto dell’Enterprise Oil che non superasse però i 6,25 miliardi di euro. La compagnia britannica – nonostante il fatturato negativo del 2001, con il 24,5 per cento in meno ed un utile netto ancora peggiore (meno 33,7 per cento) – dal 1999 rientrava nell’interesse del gruppo del „cane a sei zampe“. Un interesse che non è venuto meno anche dopo la diffusione dei dati 2001. Ciò si spiega in particolare per le grandi riserve petrolifere amministrate dall’Enterprise Oil: al 31 dicembre scorso, esse ammontavano a 1,487 miliardi di petrolio, con una sostituzione delle riserve che lo scorso anno è proseguita ad un ritmo del 160 per cento (escluse le nuove acquisizioni)



La Nuova Basilicata – 5 aprile 2002

Con l’arrivo della Shell ci si interroga sul destino dell’accordo sul petrolio

L’INTESA È SUPERATA?

Belisario: „Rinegoziare condizioni e garanzie per ambiente e royalties“

POTENZA – Quando tra qualche giorno sui pozzi petroliferi della Val d’Agri (Cerro Falcone e Monte Alpi) e del Sauro (Tempa Rossa) sventolerà la bandiera della Shell (che ha acquisito il controllo dell’Enterprise Oil) avrà ancora „valore“ l’intesa istituzionale Regione-Stato-Eni basata essenzialmente sulla „tutela dell’interesse strategico italiano“ rappresentato dalla importante fonte energetica? L’interrogativo, dopo le prime notizie sull’affare petrolifero-finanziario „consumato“ a Londra, comincia a circolare nei „palazzi“ della politica regionale. Il primo a dare una risposta è il capo-gruppo di Italia dei Valori Felice Belisario, secondo il quale „siamo in presenza di un’operazione di privatizzazione dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi della Basilicata e per questo e nei fatti l’accordo di programma è superato“. Belisario „detta“ le nuove condizioni per ritornare al tavolo delle trattative: „azzerare l’accordo“ perchè – spiega – è mutato nei soggetti che l’hanno firmato; „bloccare qualsiasi nuova autorizzazione alla ricerca degli idrocarburi“; „rinegoziare“ le condizioni per ottenere maggiori garanzie a favore delle comunità locali e dell’intera regione. Su quest’ultimo punto, il dipietrista precisa che „dai nuovi padroni del petrolio lucano occorre ottenere, come minimo, le stesse garanzie richieste all’Eni in tema di tutela ambientale, di assunzioni di manodopera locale, di pagamento delle royalties. La Regione – aggiunge Belisario – è stata colta di sorpresa dall’operazione finanziaria di compravendita dell’Enterprise Oil, anche se le responsabilità maggiori ricadono sul management dell’Eni che non ha saputo (o voluto) contrastare le manovre, nonostante disponesse delle informazioni in tempo reale. Ma – continua – mi rifiuto di accettare il fatto che il „saccheggio ambientale“ della nostra regione debba essere deciso nella City di Londra. E‘ un altro duro colpo al federalismo che specie alla luce delle modifiche dell’articolo quinto della Costituzione e quindi dei nuovi poteri attribuiti alle Regioni anche nel settore energetico dovrebbe specie in Basilicata marciare in maniera più spedita“. La riflessione dell‘ esponente di Italia dei Valori riguarda l’iter dell’Agenzia Regionale per l’Energia prevista nei documenti del Governo Regionale sul petrolio. Con l’arrivo della Shell in Basilicata si assottiglia anche la percentuale di petrolio di proprietà della compagnia italiana e quindi si riduce l’operatività dell’Agenzia lucana. Per Belisario „sono riflessioni che chiamano in causa anche la Casa per le libertà che – dice – non ha certo alcun motivo per gioire e anzi dovrebbe far sentire il fiato al collo del Governo „amico“ perché vigili su queste operazioni finanziarie e chieda conto al gruppo dirigente dell’Eni del suo operato, sempre nell’interesse strategico nazionale. A noi di Italia dei Valori – conclude il capogruppo – l’unica globalizzazione che può piacerci è quella dei diritti, non certo quella dello sfruttamento“.


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